Istituto di Cultura Casa Giorgio Cini
  via Boccacanale di Santo Stefano, 26 - Ferrara  0532-241672 casacini@email.it

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Storia

La storia

Le vicende storiche della Casa e dei suoi numerosi proprietari sono ricostruibili a partire dalla seconda metà del XV secolo, allorché la Mensa Vescovile di Ferrara, che all’epoca ne aveva il possesso, la cedette nel 1481 al segretario ducale Severo Severi. Nei secoli successivi subentrarono molti altri proprietari, finché “nel 1822 fu acquistata dal nob. Luigi Cini, di antica famiglia toscana, dimorante in Ferrara dal sec. XVIII, alla cui famiglia rimase sino alla fine del 1950”5.
Il conte Vittorio Cini, che fu, come è noto, personaggio di rilievo del mondo imprenditoriale e finanziario italiano del secolo scorso, nacque nella casa di via Santo Stefano nel 1885 e mantenne sempre un legame affettivo forte con la casa paterna, in cui visse episodi importanti della sua vita e in cui era solito tornare ogni mese, finché l’età glielo consentì, per presenziare alle commemorazioni del figlio Giorgio, morto in un incidente aereo nel 1949.
Una curiosità storica, legata alle vicende politiche degli anni Quaranta, è attestata dai ricordi dell’anziano portiere della casa. Seconda la sua testimonianza orale, da me raccolta molti anni fa, in quelle stanze si tennero incontri di personalità della politica e dell’economia, riunite a Ferrara il 28 giugno 1943 per il terzo anniversario della morte di Italo Balbo; tre esse, oltre a Vittorio Cini, ministro delle Comunicazioni, Dino Grandi, presidente della Camera dei fasci e delle Corporazioni, i quadrunviri De Bono e De Vecchi e altri ministri del governo fascista. Nel corso di queste riunioni si sarebbe deciso di predisporre l’ordine del giorno che avrebbe portato alla caduta di Mussolini il 25 luglio del 1943. 
Dopo la seconda guerra mondiale eventi dolorosi della vita, quali la deportazione a Dachau e, soprattutto, la morte del figlio Giorgio, spinsero Vittorio Cini a dedicare le proprie energie e risorse ad opere di mecenatismo, orientate da una profonda ispirazione religiosa. La più nota di queste iniziative fu la Fondazione Giorgio Cini nell’isola di San Marco a Venezia; a Ferrara Vittorio Cini donò il palazzo di Renata di Francia all’Università e destinò la casa di famiglia ad un opera di beneficenza per onorare la memoria del figlio scomparso.

Nell’anno 1950 il conte Cini donò la casa di via Santo Stefano alla Provincia Romana della Compagnia di Gesù, affinché ne facesse un centro culturale e di formazione educativa e morale dei giovani, come recita l’epigrafe collocata in cima allo scalone d’onore: “Questa Casa Giorgio Cini  / dedicata alla cultura / e alla gioventù ferrarese / è vivente e operante testimonianza / di paterno e filiale amore”.

Le ragioni che portarono Cini a compiere questo atto di donazione sono legate sia a tragiche vicende della sua vita, sia a iniziative di personalità della città e della chiesa ferrarese.
La donazione della casa paterna alla Compagnia di Gesù avvenne per esplicito interessamento dell’arcivescovo Ruggero Bovelli e del rettore magnifico dell’Università, prof. Felice Gioelli. L’arcivescovo intendeva promuovere e potenziare l’attività di apostolato, soprattutto fra i giovani, già avviata dai gesuiti a Ferrara; il rettore mirava a favorire rapporti di collaborazione culturale tra i padri gesuiti e l’ambiente universitario6.
L’azione dei gesuiti nei decenni successivi fu sia educativa – rivolta alla formazione personale e religiosa di studenti liceali e universitari -,  sia culturale – tesa a ricondurre cultura e scienza all’interno di una visione cristiana dell’uomo.
“Se si esaminano i programmi annuali dell’Istituto di cultura, si può constatare che i direttori succedutisi negli anni – i padri Federici, Maddalena, Roberti, D’Ascenzi –, pur in una ovvia coerenza d’ispirazione, hanno dato una personale impronta alla linea culturale dell’Istituto. Negli anni cinquanta, in particolare sotto la direzione di p. Federici, prevalse un’impostazione ideologica improntata ad una ferma ortodossia; negli anni sessanta e settanta, all’epoca di p. Roberti e di p. D’Ascenzi, vi furono importanti aperture verso quanto di nuovo, dal punto di vista teologico, ecclesiale, culturale e socio-politico, veniva maturando nella Chiesa e nella società di quel periodo. Solo per citare due esempi, che all’epoca suscitarono un certo clamore e vivaci polemiche, si possono ricordare le lezioni di p. Roberti sulle Encicliche giovannee negli anni 1960-61 e i convegni organizzati da p. D’Ascenzi negli anni settanta su Teilhard de Chardin e sul dialogo tra cristiani e marxisti”7.
Collegata con l’attività religiosa e culturale della Casa fu, fin dall’inizio, l’opera della biblioteca, voluta da p. Maddalena e costituitasi a partire da fondi trasferiti a Ferrara da altre residenze della Compagnia. Ancora oggi la biblioteca, molto ampliata negli ultimi anni per merito dell’attuale direttore monsignor Franco Pratruno, è aperta a tutti e presta un servizio socio-culturale all’intera comunità ferrarese.  

La presenza dei gesuiti a Casa Cini si concluse nel 1984. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta vari segnali annunciarono crescenti difficoltà per il lavoro del gesuiti a Casa Cini. Tali difficoltà sono riconducibili da un lato ai mutamenti sociali, che rendevano non più attuale per molti aspetti il modello di apostolato pensato trent’anni prima, dall’altro a ragioni organizzative interne alla Compagnia di Gesù. La difficoltà di sostituire i padri anziani con confratelli più giovani, in presenza di un calo delle vocazioni, portò ad una ristrutturazione territoriale delle residenza della Compagnia: per Casa Cini questo significò la fine della presenza dei gesuiti 34 anni dopo la loro venuta.
Partiti i gesuiti, Casa Cini non fu chiusa. A seguito di numerosi contatti tra i superiori dell’ordine, l’Archidiocesi di Ferrara, gli eredi del conte Cini e gli “Amici di Casa Cini”, la Provincia Romana della Compagnia di Gesù, nello stesso 1984, donò l’immobile, gli arredi e la biblioteca all’Opera Archidiocesana della Preservazione della Fede e della Religione. Iniziò in tal modo per Casa Cini, sotto la guida del clero diocesano, una nuova fase di attività, che tuttora si sviluppa a oltre mezzo secolo dall’inaugurazione nel 1950.
L’arcivescovo Luigi Maverna affidò nel 1984 la responsabilità della Casa a don Franco Patruno e a don Francesco Forini; partito per le missioni in Africa quest’ultimo, don Patruno da allora ha continuato a dirigere le attività culturali dell’Istituto, imprimendovi un preciso indirizzo, legato alla sua sensibilità di critico e di artista, fedele alla propria vocazione religiosa e, nel contempo, libero da chiusure ideologiche e aperto al dialogo culturale.
Oggi la Casa ospita mostre di pittura, concerti, corsi di aggiornamento, conferenze e altre attività formative. In alcune sue sale ha la propria sede da alcuni anni la redazione del settimanale cattolico La Voce di Ferrara-Comacchio, diretto da Massimo Manservigi.

L’architettura

Chi percorra dal lato destro la via Boccacanale di Santo Stefano dall’incrocio di via Garibaldi in direzione della Ripa Grande, poco prima di incontrare la piazza su cui s’affaccia la chiesa di Santo Stefano, entra in una zona a portici di larghezza non comune, appartenenti a case di chiara impronta medievale. Carlo Bassi ipotizza che in antico, laddove oggi passa la strada, scorresse il canale di Santo Stefano che “doveva avere qui una sorta di piccola darsena, un fondaco, dove si potevano scaricare le merci che affluivano poi direttamente alla piazza del mercato, il portico, molto profondo da essere quasi una loggia, (…) era un luogo di incontri e di contrattazioni”1.
Al numero civico 24 un bel portone dà accesso all’attuale Casa Giorgio Cini2.


La struttura dell’edificio è frutto di una sistemazione databile attorno al 1460, forse opera dell’architetto Antonio Brasavola, che incorporò in un’unica abitazione più fabbricati – probabilmente tre – aventi le facciate su via Boccacanale di Santo Stefano e su via Centoversuri.
Passati i secoli, nel corso dei quali l’edificio subì modifiche e alterazioni interne, “nel 1941 – come scrive il Medri – la Casa Cini fu, con somma cura e avvedutezza, risarcita dei molti danni del tempo e dell’uso, e venne riportata all’originario decoro artistico sino nei particolari minimi”3.
Come fosse la facciata prima dell’intervento di restauro ce lo descrive il Righini che parla di “cinque finestre per piano”,  di “tracce di antiche aperture e dei relativi archivolti a sesto acuto” e di “una finestra più piccola con vestigia di archivolto circolare a centro ribassato, un poco al di sopra della linea delle finestre del piano nobile”4.

Quale appare oggi, l’aspetto della facciata a mattoni a vista che prospetta su Santo Stefano è scandito dall’armonico equilibrio tra le ampie apertura del portico e lo spazio pieno dei due piani sovrastanti. Le arcate semicircolari che si aprono sul portico sono incorniciate da archivolti con membrature ornate da mattoni sagomati a cuneo.
Il piano nobile ha quattro finestre con archivolti finemente decorati in cotto; le finestre minori del secondo piano, prive di decorazioni, segnano lo spazio sottostante l’alto cornicione, forse costruito in sostituzione di un’antica merlatura, analoga a quella esistente nel prospetto su via Centoversuri. Tale via scorre parallela alla strada di Santo Stefano nel retrostante lato orientale, su di essa si distinguono i corpi di due edifici trecenteschi, i cui ingressi corrispondono al numeri civici 7 e 9. Nel 1944 un bombardamento danneggiò gravemente questa ala della casa, che fu ricostruita modificando l’antica fisionomia della facciata, senza ripristinare le forme gotiche delle finestre, ma lasciando tracce ancor oggi visibili delle merlature.


Il portone d’ingresso, sotto i portici di via Santo Stefano, ha un pregevole archivolto in cotto, a pieno sesto circolare, poggiante su pulvini di marmo, decorati a punta di diamante con scudetti ora privi di stemmi. Sopra l’archivolto è posto un monogramma bernardiniano. Di fianco alla porta, nel lato sinistro, vi è una piccola lapide, attestante il diretto dominio del Vescovo di Ferrara, lì collocata dal cardinale Lorenzo Magalotti nel 1636.

  
Lo spazio racchiuso dalle
mura interne della casa è modulato dalle forme del cortile maggiore, ingentilito da due arcate decorate, da un ballatoio che congiunge le due ali del fabbricato e, al centro, da una vera da pozzo in marmo bianco. Un secondo cortile interno, di minori dimensioni, contiene marmi decorativi tardo-romanici.
Il restauro del 1941 intervenne anche a risistemare gli interni. Vennero riportate alle primitive dimensione le vaste sale del piano nobile, furono restaurati i soffitti lignei e i camini con alcuni raffinati architravi marmorei; nel salone d’onore fu installato un soffitto cinquecentesco a cassettoni, decorato con dipinti a grottesche e con scene di paesaggi, proveniente da una casa modenese appartenuta agli Estensi.

 

1. C. Bassi, Nuova guida di Ferrara, Italo Bovolenta editore, Ferrara, 1981, p. 207.

2. Per una analitica descrizione dell’archivolto di cotto si veda E. Righini, Quello che resta della Ferrara antica, Ferrara, Bresciani, 1912, ristampa anastatica, Estense Libro Editore, 1983, pp. 227-228.

3. G. Medri, Il volto di Ferrara nella cerchia antica, STER, Rovigo, 1967, p. 235.

4. La descrizione di come la casa appariva all’inizio del secolo XX, relativamente sia alla facciata su via Santo Stefano, sia a quella di via Centoversuri, si trova in E. Righini, op. cit., pp. 224-228 e pp. 216-217.

5. G. Medri, op. cit., p. 236.  Per altre indicazioni sui proprietari della casa si veda G. Melchiorri, Nomenclatura ed etimologia delle piazze e strade di Ferrara, Arnaldo Forni editore, ristampa anastatica, Ferrara, 1918, p. 24.

6. Per maggiori informazioni sulla vicenda mi permetto di rimandare a M. Villani, I gesuiti a Casa Cini, in I Gesuiti e i loro libri a Ferrara frontespizi figurati del Seicento, cura di L. Pepe, Ferrara, 1998.

7. M. Villani, op. cit., p. 35-36.

Villani M., Casa Giorgio Cini: un "Cenacolo" nel cuore di Ferrara, in «La Pianura», 2002/1, 27-30